Dialogo sulla vita
Fecondazione assistita. Aborto. Staminali. Adozioni e Aids. Eutanasia. I confini della ricerca. L'incontro possibile tra scienza ed etica cristiana secondo il cardinale Carlo Maria Martini
colloquio tra Carlo Maria Martini e Ignazio Marino
Carlo Maria Martini: "Caro professor
Marino, ho letto con molto interesse e partecipazione il suo libro 'Credere e
curare'. Mi ha colpito da una parte il suo amore per la professione medica e il
suo interesse dominante per il malato e dall'altra la sua obiettività di
giudizio, il suo equilibrio nel trattare problemi di frontiera, là dove le
esigenze mediche si incontrano e talora sembrano scontrarsi con le esigenze
etiche. Ho visto come lei non vuole rinunciare né alla sua oggettività
professionale di medico né alla sua coscienza di uomo e anche di credente. Tutto
ciò mi pare molto importante per quel 'dialogo sulla vita' che interessa
giustamente tanto i nostri contemporanei, soprattutto per quei casi limite in
cui gli ardimenti della scienza e della tecnica destano da una parte meraviglia
e gratitudine e dall'altra suscitano preoccupazione per la specie umana e la sua
dignità.
Tutto questo rende necessario e urgente un 'dialogo sulla vita' che non parta da
preconcetti o da posizioni pregiudiziali ma sia aperto e libero e nello stesso
tempo rispettoso e responsabile".
Ignazio Marino: "Vedo anch'io molte ragioni per un dialogo
oggettivo, approfondito e sincero sul tema della vita umana. Viviamo infatti un
momento storico particolare in cui il progresso scientifico ha rivoluzionato la
posizione dell'essere umano nei confronti della vita, della malattia e della
morte. Oggi, diversamente da ieri, si può nascere in molti modi diversi, si può
essere curati con terapie straordinarie e mantenuti per lungo tempo, in un
reparto di rianimazione, in uno stato che può essere chiamato 'vita'
semplicemente dal punto di vista delle funzioni fisiologiche. La morte è sempre
più considerata come un evento eccezionale da evitare e non il naturale
traguardo a cui giunge inevitabilmente ogni vita umana.
Questi cambiamenti influenzano non solo il corso della nostra esistenza ma anche
il modo di concepire la vita, la malattia e la morte. Per questo non è possibile
ignorare gli innumerevoli quesiti etici che emergono dai continui cambiamenti
legati alle nuove tecnologie e alle possibilità che la scienza mette a
disposizione degli uomini.
Il dialogo su questi temi e il confronto tra uomini di diversa formazione e con
differenti ruoli all'interno della società può contribuire alla circolazione di
idee e posizioni volte ad individuare punti di incontro e non di divisione.
Su temi così delicati, infatti, il rischio è di cadere in facili
contrapposizioni e strumentalizzazioni che non portano alcun vantaggio se non
quello di creare fratture nella società. Invece, se il ragionamento viene
condotto onestamente e con spirito di sincera apertura, è possibile individuare
percorsi comuni o per lo meno non troppo divergenti".
L'inizio della vita
Martini: "Sono pienamente d'accordo sulle sue premesse. Là dove
per il progresso della scienza e della tecnica si creano zone di frontiera o
zone grigie, dove non è subito evidente quale sia il vero bene dell'uomo e della
donna, sia di questo singolo sia dell'umanità intera, è buona regola astenersi
anzitutto dal giudicare frettolosamente e poi discutere con serenità, così da
non creare inutili divisioni.
Penso che potremmo iniziare qualche esperimento di un simile dialogo partendo
dall'inizio della vita e in particolare da quella prassi, oggi sempre più
comune, che si chiama 'fecondazione medicalmente assistita' e alla sorte degli
embrioni che vengono utilizzati a questo scopo. Su ciò vi sono non poche
divergenze di pareri e anche incertezze di vocabolario e di prassi. Vuole
chiarire un poco questo punto, sulla base della sua competenza?".
Marino: "Oggi è possibile creare una vita in provetta,
ricorrendo alla fecondazione artificiale. In presenza di problemi di fertilità
all'interno di una coppia, la fecondazione artificiale può servire allo scopo di
completare una famiglia con un figlio. Tuttavia, questa pratica si è diffusa in
Italia e in molti altri paesi del mondo senza una regolamentazione prevista
dalla legge. La scienza e le sue applicazioni mediche hanno camminato più
rapidamente dei legislatori e, per questo motivo, ora ci troviamo ad affrontare
il problema di migliaia di embrioni umani congelati e conservati nei frigoriferi
delle cliniche per l'infertilità, senza che si sia deciso quale dovrà essere il
loro destino.
L'attuale legge italiana, per evitare di perpetuare la produzione di embrioni di
riserva che non vengono utilizzati, ha scelto una via semplicistica: crearne
solo tre alla volta e impiantarli tutti nell'utero della donna. Ma questo
numero, se si ragiona su base scientifica, dovrebbe essere flessibile e
determinato caso per caso, secondo le condizioni mediche della coppia.
Però, la scienza viene in aiuto per suggerire delle alternative alla creazione e
al congelamento degli embrioni. Esistono delle tecniche più sofisticate di
quelle utilizzate oggi, che prevedono il congelamento non dell'embrione ma dell'ovocita
allo stadio dei due pronuclei, cioè nel momento in cui i due corredi
cromosomici, quello femminile e quello maschile, sono ancora separati e non
esiste ancora un nuovo Dna.
In questa fase non è possibile sapere che strada prenderanno le cellule nel
momento in cui inizieranno a riprodursi: potrebbero dare origine ad un bambino
come a due gemelli monozigoti. Non c'è l'embrione, non c'è un nuovo patrimonio
genetico e quindi non c'è un nuovo individuo.
Dal punto di vista biologico non c'è una nuova vita. Possiamo allora pensare che
essa non ci sia nemmeno dal punto di vista spirituale e quindi che non esistano
problemi nel valutare l'idea di seguire questa strada anche da parte di chi ha
una fede?".
Martini: "Capisco come questi fatti angustino molte persone,
soprattutto quelle più sensibili ai problemi etici. E insieme sono convinto che
i processi della vita, e quindi anche quelli della trasmissione della vita,
formano un continuum in cui è difficile individuare i momenti di un vero e
proprio salto di qualità. Questo fa sì che quando si tratta della vita umana,
occorre un grande rispetto e un grande riserbo su tutto ciò che in qualche modo
la manipola o la potrebbe strumentalizzare, fin dai suoi inizi.
Ma ciò non vuol dire che non si possano individuare momenti in cui non appare
ancora alcun segno di vita umana singolarmente definibile. Mi pare questo il
caso che lei propone dell'ovocita allo stadio dei due protonuclei. In questo
caso mi sembra che la regola generale del rispetto può coniugarsi con quel
trattamento tecnico che lei suggerisce.
Mi pare anche che quanto lei propone permetterebbe il superamento di quel
rifiuto di ogni forma di fecondazione artificiale che è ancora presente in non
pochi ambienti e che produce un doloroso divario tra la prassi ammessa
comunemente dalla gente e anche sancita dalle leggi e l'atteggiamento almeno
teorico di molti credenti. Ritengo comunque opportuna una distinzione tra
fecondazione omologa e fecondazione eterologa. Ma mi sembra che un rifiuto
radicale di ogni forma di fecondazione artificiale fosse basato soprattutto sul
problema della sorte degli embrioni. Nella proposta che lei illustra tale
problema potrebbe trovare un superamento".
La fecondazione eterologa
Marino: "Lei ha accennato anche alla distinzione tra
fecondazione omologa ed eterologa. Il problema è molto discusso. Infatti, se il
desiderio di una coppia di creare una famiglia non può essere compiuto a causa
di problemi di infertilità o per la presenza di malattie genetiche in uno dei
due potenziali genitori, perché non ricorrere al seme o all'ovocita di un
individuo esterno alla coppia? Non potrebbe rappresentare una soluzione per
riuscire ad andare incontro a quel desiderio di famiglia? Il patrimonio genetico
conta comunque di più?
Riflettendo su questo tema, la mia prima valutazione sarebbe in favore della
fecondazione eterologa, se questa è l'unico mezzo per avere un figlio e se per
la donna è importante avere una gravidanza. Però mi sono confrontato anche con
chi sostiene che la fecondazione eterologa non di rado introduce un
disequilibrio nella coppia tra il genitore biologico, che trasmette al figlio
parte del proprio Dna e l'altro.
Alcuni studi pubblicati su riviste scientifiche e condotti in paesi dove la
fecondazione eterologa è ammessa, hanno evidenziato che si può effettivamente
creare un nucleo familiare psicologicamente sbilanciato a favore del genitore
che ha trasmesso al figlio una parte del proprio patrimonio genetico, come se in
qualche modo un genitore valesse più dell'altro.
Un'altra questione riguarda la trasparenza: il bambino che nasce da una
fecondazione eterologa dovrebbe esserne informato? E, se la risposta è
affermativa, è giusto seguire un percorso che può creare traumi psicologici,
anche se nasce dal desiderio di avere un figlio? Vietare per legge il ricorso
alla fecondazione eterologa significa limitare la libertà dei cittadini o va
interpretata come una tutela per il futuro di chi verrà dopo di noi?".
Martini: "Le obiezioni di natura psicologica che lei ha
ricordato sono appunto tra i motivi che hanno bloccato non pochi sul fatto di
procedere sulla via della fecondazione eterologa, anche se ciò può comportare
sofferenze per alcuni. Si aggiunge dal punto di vista etico la protezione del
rapporto privilegiato che col matrimonio si viene ad istituire tra un uomo e una
donna. Personalmente tuttavia rifletto anche sulle situazioni che si vengono a
creare con le varie forme di adozione e di affido, dove al di là del patrimonio
genetico è possibile instaurare un vero rapporto affettivo ed educativo con chi
non è genitore nel senso fisico del termine. Sarei dunque prudente
nell'esprimermi su quei casi che lei ricorda, dove non è possibile ricorrere al
seme o all'ovocita all'interno della coppia. Tanto più là dove si tratta di
decidere della sorte di embrioni altrimenti destinati a perire e la cui
inserzione nel seno di una donna anche single sembrerebbe preferibile alla pura
e semplice distruzione.
Mi pare che siamo in quelle zone grigie di cui parlavo sopra, in cui la
probabilità maggiore sta ancora dalla parte del rifiuto della fecondazione
eterologa, ma in cui non è forse opportuno ostentare una certezza che attende
ancora conferme ed esperimenti".
La ricerca sulle cellule staminali embrionali
Marino: "I problemi connessi con gli embrioni hanno suscitato
aspre discussioni anche sull'utilizzo a scopo di ricerca delle cellule staminali
prelevate dagli embrioni stessi. Il referendum sulla procreazione medicalmente
assistita del giugno 2005 chiedeva, tra le altre cose, di abrogare l'articolo
della legge 40 in cui si vieta l'utilizzo di queste cellule staminali.
Dal punto di vista scientifico è ipotizzabile, anche se non ancora confermato,
che le cellule staminali embrionali siano le più adatte ai fini di ricerca, per
individuare terapie per curare malattie molto gravi, dal morbo di Parkinson all'Alzheimer
ecc. Esistono altri tipi di cellule staminali, prelevate da tessuti adulti o dal
cordone ombelicale, che già oggi vengono utilizzate con qualche successo.
Quasi tutti i ricercatori concordano sul fatto che non sia necessario creare
embrioni con il solo scopo di prelevarne le cellule staminali: si possono
infatti acquistare linee cellulari per condurre le ricerche, e, inoltre, studi
molto recenti condotti sui topi hanno dimostrato la possibilità di ottenere
cellule che abbiano le stesse caratteristiche delle staminali embrionali senza
dover creare degli embrioni. Resta in sospeso la questione che riguarda gli
embrioni conservati nelle cliniche per l'infertilità e che con ogni probabilità
non verranno mai utilizzati da nessuna coppia. La loro fine è certa, ma è meglio
lasciarli morire nel freddo oppure utilizzare le preziose cellule per scopi di
ricerca? In una visione di ortodossia religiosa, si tratta di vite e come tali
non possono essere soppresse per prelevare le cellule a scopo terapeutico, anche
se un giorno quegli embrioni saranno comunque distrutti. Si tratterebbe della
diversità tra uccidere e il lasciar morire.
Questo punto è eticamente superabile? Non è opportuno chiedere la donazione
delle cellule staminali embrionali da destinare ai laboratori per sostenere la
ricerca a favore di malattie oggi incurabili?".
Martini: "Innanzi tutto sono impressionato dalla prudenza con cui lei
parla dell'efficacia terapeutica delle cellule staminali. Mi pare di capire che
siamo ancora nel campo della ricerca e che quindi non è onesto propagandare
certezze sull'efficacia curativa di queste cellule prima che ciò sia stato
debitamente provato. Mi rallegro anche per il fatto che non è più ritenuto
necessario creare degli embrioni con lo scopo di produrre le cellule staminali e
che sono stati eleborati metodi alternativi che non pongono problemi alla
coscienza. È un motivo in più per avere fiducia in quella intelligenza che il
Signore ha dato all'uomo perché superi i problemi che la vita pone. È nel nome
di questa stessa intelligenza che non vedo possibile pensare a una utilizzazione
di cellule staminali embrionali per la ricerca. Ciò sarebbe contro tutti i
principi esposti finora".
Gli embrioni congelati esistenti
Marino: "La sua risposta mi permette di allargare la riflessione alla
sorte degli embrioni esistenti anche al di là di quanto sopra ipotizzato. Quando
essi non vengono utilizzati, che cosa sarebbe etico fare?
Attualmente non è stata individuata una soluzione, se non quella di abbandonare
le provette nei congelatori. Ma è eticamente corretto ed accettabile tollerare
che migliaia di embrioni umani restino congelati nelle cliniche per
l'infertilità, attendendo semplicemente che si spengano nel freddo con il
passare degli anni?
Non potrebbero per esempio essere destinati a donne single che desiderano avere
una gravidanza? Oppure a coppie con problemi legati a malattie genetiche che non
possono ricorrere alla fecondazione artificiale normale per evitare il rischio
di trasmissione del difetto genetico?".
Martini: "Mi pare che qui siamo di fronte a un conflitto di valori, più
evidente nel caso della donna single che desidera avere una gravidanza, ma
esistente anche, per i motivi che ho detto sopra, per coppie che per gravi
ragioni mediche non possono ricorrere alla fecondazione artificiale normale. Là
dove c'è un conflitto di valori, mi parrebbe eticamente più significativo
propendere per quella soluzione che permette a una vita di espandersi piuttosto
che lasciarla morire. Ma comprendo che non tutti saranno di questo parere.
Solamente vorrei evitare che ci si scontrasse sulla base di principi astratti e
generali là dove invece siamo in una di quelle zone grigie dove è doveroso non
entrare con giudizi apodittici".
Adozioni per single
Marino: "Ci sono poi altri problemi, connessi allo sviluppo della vita,
in particolare alla cura che la società deve avere per i bambini che non hanno
una famiglia. In questi casi si apre la possibilità e l'utilità, anzi quasi la
necessità di un'adozione. Oggi in Italia le adozioni non sono ammesse per i
single e, più in generale, la legislazione è molto complessa e rende difficile
ogni tipo di adozione. Mi chiedo se, dal punto di vista etico, sia preferibile
che un bambino orfano o abbandonato dai genitori passi la vita in un istituto o
sulla strada piuttosto che avere una famiglia composta da un solo genitore?
Siamo sicuri che sia questa la strada giusta per garantire la migliore crescita
possibile a quel bambino?
Del resto, se un genitore rimane vedovo, anche alla nascita del primo figlio,
nessuno pensa che il bambino non debba continuare a vivere nel suo nucleo
familiare anche se il genitore è solo uno. O ancora, la Chiesa sostiene che in
presenza di un feto, in qualunque circostanza si debba invitare la donna a
portare a termine la gravidanza, anche se il padre è assente o contrario, e
quindi si tratterà di sostenere una madre che nei fatti sarà single. Perché
allora non sostenere anche le adozioni per i single, una volta accertata la
motivazione, i mezzi e le capacità del potenziale genitore di assicurare una
crescita serena al bambino adottato?".
Martini: "Lei si pone domande serie e ragionevoli su un tema complesso,
sul quale non ho sufficiente esperienza. Ma penso che il punto di partenza è la
condizione che lei esprime in chiusura. Occorre cioè assicurare che chi si
prende cura del bambino adottato abbia le giuste motivazioni e abbia anche i
mezzi e le capacità per assicurarne una crescita serena. Chi è in tale
condizione? Certamente anzitutto una famiglia composta da un uomo e una donna
che abbiano saggezza e maturità e che possano assicurare una serie di relazioni
anche intrafamiliari atte a far crescere il bambino da tutti i punti di vista.
In mancanza di ciò è chiaro che anche altre persone, al limite anche i single,
potrebbero dare di fatto alcune garanzie essenziali. Non mi chiuderei perciò a
una sola possibilità, ma lascerei ai responsabili di vedere quale è la migliore
soluzione di fatto, qui e adesso, per questo bambino o bambina. Lo scopo è di
assicurare il massimo di condizioni favorevoli concretamente possibili. Perciò,
quando è data la possibilità di scegliere, occorre scegliere il meglio".
Aborto
Marino: "Uno dei temi più difficili da affrontare, su cui ci si interroga
in continuazione proprio per la sua delicatezza e complessità, è l'aborto. In
Italia, lo Stato ha regolato la materia, sforzandosi di coniugare il principio
dell'autodeterminazione delle donne con la libertà di coscienza dei medici che
possono scegliere l'obiezione.
In questi anni in Italia abbiamo potuto constatare gli effetti della
legislazione sull'aborto. Per quanto ciascuno di noi riconosca che l'aborto
costituisce sempre una sconfitta, nessuno può negare che la legge ha permesso di
ridurre il numero complessivo degli aborti e di tenere sotto controllo quelli
clandestini, evitando di mettere a rischio la vita delle donne esposte a gravi
disastri come le perforazioni dell'utero fatte dalle 'mammane' per indurre
l'aborto. Di fronte a casi estremi come una donna che ha subito una violenza,
una gravidanza in un'adolescente di undici o dodici anni, una donna senza le
possibilità economiche di allevare un bambino, come si pone la Chiesa? Se si
ammette il principio della scelta del male minore e, come suggerisce la Chiesa
cattolica, quello di affidare la risposta all'intimo della propria coscienza (conscientia
perplexa: quella condizione in cui un uomo o una donna a volte si trovano ad
affrontare situazioni che rendono incerto il giudizio morale e difficile la
decisione), non sarebbe eticamente corretto spiegare apertamente questo punto di
vista? E sostenerlo anche pubblicamente?".
Martini: "Il tema è molto doloroso e anche molto sofferto. Certamente
bisogna anzitutto voler fare tutto quanto è possibile e ragionevole per
difendere e salvare ogni vita umana. Ma ciò non toglie che si possa e si debba
riflettere sulle situazioni molto complesse e diversificate che possono
verificarsi e ragionare cercando in ogni cosa ciò che meglio e più concretamente
serve a proteggere e promuovere la vita umana. Ma è importante riconoscere che
la prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e
assoluto. Sopra di esso sta quello della dignità umana, dignità che nella
visione cristiana e di molte religioni comporta una apertura alla vita eterna
che Dio promette all'uomo. Possiamo dire che sta qui la definitiva dignità della
persona. Anche chi non avesse questa fede, potrebbe però comprendere
l'importanza di questo fondamento per i credenti e il bisogno comunque di avere
delle ragioni di fondo per sostenere sempre e dovunque la dignità della persona
umana.
Le ragioni di fondo dei cristiani stanno nelle parole di Gesù, il quale
affermava che 'la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito' (cfr Matteo
6,25), ma esortava a non avere paura 'di quelli che uccidono il corpo, ma non
hanno potere di uccidere l'anima' (cfr Mt 10,28). La vita fisica va dunque
rispettata e difesa, ma non è il valore supremo e assoluto. Nel vangelo secondo
Giovanni Gesù proclama: 'Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me,
anche se muore, vivrà' (Gv 6,25). E san Paolo aggiunge: 'Io ritengo che le
sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che
dovrà essere rivelata in noi' (Rom 8, 18). V'è dunque una dignità dell'esistenza
che non si limita alla sola vita fisica, ma guarda alla vita eterna.
Ciò posto, mi sembra che anche su un tema doloroso come quello dell'aborto (che,
come lei dice, rappresenta sempre una sconfitta) sia difficile che uno Stato
moderno non intervenga almeno per impedire una situazione selvaggia e
arbitraria. E mi sembra difficile che, in situazioni come le nostre, lo Stato
non possa non porre una differenza tra atti punibili penalmente e atti che non è
conveniente perseguire penalmente. Ciò non vuol dire affatto 'licenza di
uccidere', ma solo che lo Stato non si sente di intervenire in tutti i casi
possibili, ma si sforza di diminuire gli aborti, di impedirli con tutti i mezzi
soprattutto dopo qualche tempo dall'inizio della gravidanza, e si impegna a
diminuire al possibile le cause dell'aborto e a esigere delle precauzioni perché
la donna che decidesse comunque di compiere questo atto, in particolare nei
tempi non punibili penalmente, non ne risulti gravemente danneggiata nel fisico
fino al pericolo di morte. Ciò avviene in particolare, come lei ricorda, nel
caso degli aborti clandestini, e quindi è tutto sommato positivo che la legge
abbia contribuito a ridurli e tendenzialmente a eliminarli.
Comprendo che in Italia, con l'esistenza del Servizio Sanitario Nazionale, ciò
comporta una certa cooperazione delle strutture pubbliche all'aborto. Vedo tutta
la difficoltà morale di questa situazione, ma non saprei al momento che cosa
suggerire, perché probabilmente ogni soluzione che si volesse cercare
comporterebbe degli aspetti negativi. Per questo l'aborto è sempre qualcosa di
drammatico, che non può in nessun modo essere considerato come un rimedio per la
sovrapopolazione, come mi pare avvenga in certi paesi del mondo.
Naturalmente non intendo comprendere in questo giudizio anche quelle situazioni
limite, dolorosissime anch'esse e forse rare, ma che possono presentarsi di
fatto, in cui un feto minaccia gravemente la vita della madre. In questi e
simili casi mi pare che la teologia morale da sempre ha sostenuto il principio
della legittima difesa e del male minore, anche se si tratta di una realtà che
mostra la drammaticità e la fragilità della condizione umana. Per questo la
Chiesa ha anche dichiarato eroico ed esemplarmente evangelico il gesto di quelle
donne che hanno scelto di evitare qualunque danno recato alla nuova vita che
portano in seno, anche a costo di rimetterci la vita propria. Non riesco invece
ad applicare tale principio della legittima difesa e/o del male minore agli
altri casi estremi da lei ipotizzati, né mi avvarrei del principio della
conscientia perplexa, che non so bene che cosa significa. Mi pare che anche nei
casi in cui una donna non può, per diversi motivi, sostenere la cura del suo
bambino, non devono mancare altre istanze che si offrono per allevarlo e
curarlo. Ma in ogni caso ritengo che vada rispettata ogni persona che, magari
dopo molta riflessione e sofferenza, in questi casi estremi segue la sua
coscienza, anche se si decide per qualcosa che io non mi sento di approvare".
Compensi per la donazione di organi?
Marino: "C'è un argomento che mi tocca da vicino, dato che da più di
venticinque anni mi occupo di trapianti di organo. Grazie ai trapianti oggi
migliaia di persone, altrimenti destinate a morte certa, guariscono e conducono
un'esistenza piena da tutti i punti di vista. Il limite principale ad una
maggiore diffusione di questa terapia è legato all'insufficiente numero di
donazioni e quindi di organi da trapiantare, e di conseguenza molte persone
muoiono in lista d'attesa.
Per aumentare il numero di donatori, in alcuni paesi e principalmente in Gran
Bretagna, è stata avanzata l'ipotesi di stabilire un compenso per le famiglie
che accettano di donare gli organi del proprio parente dopo la morte. Il dubbio
è se sia eticamente corretto proporre vantaggi materiali o denaro in cambio
della donazione degli organi. Si potrebbe in questo modo probabilmente aumentare
il numero delle donazioni e dei trapianti e rispondere così alle esigenze dei
malati che attendono in lista un organo che salverà loro la vita. Eppure questa
ipotesi contiene in se il presupposto per un comportamento non equo. Non si
rischia di instaurare una situazione in cui solo i meno abbienti, incentivati da
un compenso, saranno disposti a donare gli organi mentre i più ricchi si
limiteranno a riceverli? E la donazione, proprio in quanto tale, non dovrebbe
sempre e solo basarsi sul principio dell'uguaglianza?".
Martini: "Personalmente sento molto ciò che lei afferma in conclusione,
cioè l'importanza del principio dell'uguaglianza e i pericoli gravissimi di una
ipotesi di retribuzione per gli organi. Mi pare che la strada è invece quella di
propagandare il più possibile il principio della donazione e far crescere la
coscienza collettiva su questo punto. C'è davvero da auspicare che non vi sia
più chi muoia in lista d'attesa, mentre vi sono organi disponibili".
Hiv e Aids
Marino: "La questione dell'uguaglianza ci porta direttamente ad
interrogarci su problemi e malattie che affliggono milioni di persone in tutto
il mondo, soprattutto nei paesi più poveri e svantaggiati per i quali l'idea di
uguaglianza rimane un sogno molto lontano se non una mera utopia. Come non
pensare subito all'Aids? Circa 42 milioni di persone nel mondo sono portatrici
del virus dell'Hiv. Nel solo 2005 secondo i dati riferiti dalle agenzie dell'Onu,
3 milioni di persone sono morte di Aids mentre si sono registrati 5 milioni di
nuovi infetti. Il 60 per cento dei portatori del virus vive nei paesi più poveri
dell'Africa Sub-Sahariana, con un'incidenza media nella popolazione tra il 5 e
il 10 per cento e punte che arrivano sino al 25-30 per cento in alcuni paesi
come il Botswana o lo Zimbabwe.
L'Hiv è la piaga di un continente che genera non solo ammalati ma orfani,
povertà, impossibilità di migliorare le condizioni di vita. Nel mondo
occidentale, oggi il virus viene tenuto sotto controllo grazie ai progressi
nelle terapie farmacologiche che permettono ad un sieropositivo di condurre
un'esistenza del tutto normale, con un'aspettativa di vita paragonabile a quella
delle persone non affette dal virus. Fino a pochi anni fa, il costo annuale per
i farmaci di una persona sieropositiva si aggirava intorno a dieci mila euro,
una cifra proibitiva che poteva essere sostenuta soltanto dai paesi dove era
presente un sistema sanitario nazionale. Oggi i prezzi, in regime di
concorrenza, hanno subito un crollo, fino ad attestarsi a metà 2003 su 700 euro
per i farmaci di marca (prodotti dalle multinazionali farmaceutiche) e intorno a
200 euro per i generici di fabbricazione indiana, brasiliana e tailandese.
Nonostante questi importanti passi avanti, in molti paesi africani la spesa
procapite in sanità non supera i 10 dollari l'anno per cui, nei fatti, l'accesso
ai farmaci e alle terapie per contrastare l'Aids è negato e il virus continua a
diffondersi.
Sappiamo che l'Aids si può in parte contrastare con la prevenzione e l'utilizzo
dei profilattici.
Come è accettabile non promuovere l'utilizzo del profilattico per contribuire a
controllare la diffusione del virus? È o non è un dovere dei governi fare scelte
e prendere decisioni su questo tema? E, rispetto alla dottrina ufficiale della
Chiesa cattolica, non si tratterebbe comunque di optare per un male minore e
contribuire alla salvezza di tante vite umane?".
Martini: "Le cifre che lei cita destano smarrimento e desolazione. Nel
nostro mondo occidentale è assai difficile rendersi conto di quanto si soffra in
certe nazioni. Avendole visitate personalmente, sono stato testimone di questa
sofferenza, sopportata per lo più con grande dignità e quasi in silenzio.
Bisogna fare di tutto per contrastare l'Aids. Certamente l'uso del profilattico
può costituire in certe situazioni un male minore. C'è poi la situazione
particolare di sposi uno dei quali è affetto da Aids. Costui è obbligato a
proteggere l'altro partner e questi pure deve potersi proteggere. Ma la
questione è piuttosto se convenga che siano le autorità religiose a propagandare
un tale mezzo di difesa, quasi ritenendo che gli altri mezzi moralmente
sostenibili, compresa l'astinenza, vengano messi in secondo piano, mentre si
rischia di promuovere un atteggiamento irresponsabile. Altro è dunque il
principio del male minore, applicabile in tutti i casi previsti dalla dottrina
etica, altro è il soggetto cui tocca esprimere tali cose pubblicamente. Credo
che la prudenza e la considerazione delle diverse situazioni locali permetterà a
ciascuno di contribuire efficacemente alla lotta contro l'Aids senza con questo
favorire i comportamenti non responsabili".
La fine della vita
Martini: "Ma credo che è giunto il momento per il nostro dialogo di
passare ad un'altra serie di problemi che riguardano la vita, e precisamente
quelli che si riferiscono alla fine di essa. È necessario vivere con dignità, ma
per questo morire anche con dignità. Ora, come lei sa, qui si pongono,
soprattutto in Occidente, problemi molto gravi".
Marino: "Lei pensa certamente anzitutto all'eutanasia, una parola attorno
a cui si crea sempre molta confusione attribuendole diversi significati. Per
questo preferisco non parlare in astratto, ma esprimermi in maniera molto
concreta. Si può o no ammettere che una persona induca volontariamente la morte
di un'altra, sebbene gravemente ammalata e in preda a dolori fisici devastanti,
per alleviare questo dolore? Di fronte ad una situazione irreversibile in cui la
morte è inevitabile, ritengo sia assolutamente necessaria la somministrazione di
farmaci come la morfina, che alleviano il dolore e accompagnano il malato con
maggiore tranquillità nel passaggio dalla vita alla morte. È quanto viene fatto,
in queste drammatiche circostanze, in tutte le rianimazioni negli Stati Uniti.
Io stesso, pur soffrendone perché un medico vorrebbe sempre poter salvare la
vita dei suoi pazienti, lavorando negli Stati Uniti ho deciso diverse volte di
sospendere tutte le terapie. È un momento doloroso per la famiglia e, le
assicuro, anche per il medico ma è una onesta accettazione che non si può fare
più nulla se non evitare di prolungare sofferenze inutili e lesive della dignità
del paziente. L'Italia è ancora gravemente carente in proposito, in assenza di
una legge che regolamenti la materia al punto che se io eseguissi lo stesso tipo
di procedimento nel nostro paese potrei essere arrestato e condannnato per
omicidio, mentre si tratta solo di non accanirsi con terapie senza senso. Non
sono invece d'accordo nel somministrare una sostanza velenosa per provocare
l'arresto del cuore del malato e quindi indurre la morte. E, pur condannando il
gesto, non sono tuttavia certo che si possa condannare la persona che lo compie.
Faccio un esempio: in un recente film vincitore del premio Oscar, dal titolo
'One Million Dollar Baby', viene descritto il dramma di una donna ridotta in
stato semivegetativo dopo un grave incidente sportivo, che chiede ad un uomo, il
suo principale punto di riferimento nella vita, di aiutarla a porre fine alla
sua sofferenza fisica e psicologica. L'uomo inizialmente rifiuta poi accetta
perché ritiene che quello sia un atto d'amore estremo verso l'essere umano a cui
si tiene di più. Pur non riuscendo a giustificare l'idea della soppressione di
una vita, mi chiedo, in situazioni simili, come si può condannare il gesto di
una persona che agisce su richiesta di un ammalato e per puro sentimento
d'amore? E d'altra parte è lecito ammettere il principio di non condannare una
persona che uccide?".
Martini: "Sono d'accordo con lei che non si può mai approvare il gesto di
chi induce la morte di altri, in particolare se è un medico, che ha come scopo
la vita del malato e non la morte. Neppure io tuttavia vorrei condannare le
persone che compiono un simile gesto su richiesta di una persona ridotta agli
estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni
fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per sé. D'altra parte ritengo che è
importante distinguere bene gli atti che arrecano vita da quelli che arrecano
morte. Questi ultimi non possono mai esser approvati. Ritengo che su questo
punto debba sempre prevalere quel sentimento profondo di fiducia fondamentale
nella vita che, malgrado tutto, vede un senso in ogni momento dell'esistere
umano, un senso che nessuna circostanza per quanto avversa può distruggere. So
tuttavia che si può giungere a tentazioni di disperazione sul senso della vita e
a ipotizzare il suicidio per sé o per altri, e perciò prego anzitutto per me e
poi per gli altri perché il Signore protegga ciascuno di noi da queste terribili
prove. In ogni caso è importantissimo lo star vicino ai malati gravi,
soprattutto nello stato terminale e far sentire loro che si vuole loro bene e
che la loro esistenza ha comunque un grande valore ed è aperta a una grande
speranza. In questo anche un medico ha una sua importante missione".
Accanimento terapeutico
e interruzione delle terapie
Marino: "Connesso con questo tema è quello dell'accanimento terapeutico.
La tecnologia attuale è in grado di mantenere in vita malati che fino a pochi
anni fa non venivano nemmeno condotti in un reparto di rianimazione. Il
progresso scientifico permette di prolungare artificialmente anche la vita di
una persona che ha perso ogni speranza di ritrovare una condizione di salute
accettabile. Per questo appare urgente affrontare il problema dell'interruzione
delle terapie.
Ogni forma di accanimento terapeutico andrebbe evitata perché contrasta con il
rispetto della dignità umana.
Per la Chiesa, la sospensione delle terapie viene considerata come accettazione
di un fatto naturale, di non accanirsi più. Il Catechismo della Chiesa cattolica
dice: 'L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o
sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si
ha la rinuncia all'accanimento terapeutico. Non si vuole così procurare la
morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal
paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne
hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli
interessi legittimi del paziente'.
Esistono strumenti legali, come il testamento biologico, che permettono al
singolo individuo di indicare con precisione, e in un momento di tranquillità
emotiva, fino a che punto si desidera accettare il ricorso a terapie
straordinarie. Il testamento biologico rappresenta uno strumento molto valido
per aiutare il medico e la famiglia a prendere la decisione finale. Dovrebbe
basarsi su regole flessibili e indicare anche una persona di fiducia in grado di
interpretare le volontà di quell'individuo tenendo conto degli ulteriori
progressi della scienza.
Molti paesi lo hanno adottato con buoni risultati. In Italia un disegno di legge
è stato presentato al Senato da molto tempo ma attende ancora di essere
discusso. Non sarebbe il momento di avviare una riflessione seria e condivisa
per introdurre al più presto anche nel nostro paese una legislazione in merito
alla fine della vita, cioè a uno dei momenti più importanti della nostra
esistenza?".
Martini: "Il testo da lei citato del Catechismo della Chiesa cattolica mi
pare esauriente al proposito. Se si volesse legiferare su questo punto è però
importante che non si introducano aperture alla cosiddetta eutanasia di cui
abbiamo parlato sopra. Per questo sono incerto anche sullo strumento del
testamento biologico. Non ho studiato l'argomento e non saprei dare un parere
decisivo. Ritengo con lei che una riflessione seria e condivisa sulla fine della
vita potrebbe essere utile, purché sia appunto seria e condivisa e non si presti
a speculazioni di parte e soprattutto non introduca in qualche modo aperture a
quella decisione sulla propria morte che ripugna al senso profondo del bene
della vita, come sopra si è detto".
La scienza e il senso del limite
Marino: "In conclusione, vorrei proporre una riflessione più generale. La
conoscenza, il progresso scientifico, l'avanzamento tecnologico creano
straordinarie opportunità di crescita per il nostro pianeta ma allo stesso tempo
mettono nelle mani di ricercatori e scienziati un grande potere, legato al fatto
di essere in grado di intervenire sui meccanismi che regolano l'inizio della
vita e la sua fine.
La scienza corre più veloce del resto della società e anche dei parlamenti,
incaricati di fissare delle regole ma il più delle volte incapaci di intervenire
tempstivamente.
A mio modo di vedere andrebbe richiesta con fermezza un'assunzione di
responsabilità da parte di ogni scienziato coinvolto in un campo della ricerca
che interviene sull'essenza della vita, sulla sua creazione e sulla sua fine.
Fermo restando che la valutazione razionale è indispensabile, l'arbitrio del
ricercatore dovrebbe essere disciplinato anche dal senso di responsabilità
bilanciato dalla valutazione dei rischi e delle conseguenze.
Non si tratta di appellarsi alla fede o alla religione ma di puntare su una
presa di coscienza da parte di ogni scienziato. Questo non significa voler
arrestare il progresso scientifico ma preservare e rispettare il nostro bene più
prezioso, ovvero la vita.
Ma la storia purtroppo ci insegna che l'appello alla responsabilità individuale
a volte non basta. Per questo gli scienziati devono fornire ogni informazione
utile e alla fine dovrebbero essere i parlamenti, o meglio le istituzioni
sovranazionali, a fissare le regole sulla base del comune sentire dei
cittadini".
Martini: "Tutti siamo pieni di meraviglia e di stupore, e quindi anche
grati a Dio, per il formidabile progresso scientifico e tecnologico di questi
anni che permette e permetterà sempre più e meglio di provvedere alla salute
della gente. Insieme siamo consci, come lei dice, del grande potere che è nelle
mani di ricercatori e di scienziati e della ferma assunzione di responsabilità
che deve permettere ad essi di ricercare sempre valutando i rischi e le
conseguenze delle loro azioni. Esse devono sempre contribuire al bene della vita
e mai al contrario. Per questo occorre anche talora sapersi fermare, non varcare
il limite. Io sono inclinato a nutrire fiducia nel senso di responsabilità di
questi uomini e vorrei che avessero quella libertà di ricerca e di proposta che
permette l'avanzamento della scienza e della tecnica, rispettando insieme i
parametri invalicabili della dignità di ogni esistenza umana. So anche che non
si può fermare il progresso scientifico, ma lo si può aiutare ad essere sempre
più responsabile. Come lei dice, non si tratta di appellarsi alla fede o alla
religione, ma di puntare sul senso etico che ciascuno ha dentro di sé.
Certamente anche leggi buone e tempestive possono aiutare, ma come lei afferma,
la scienza corre oggi più veloce dei parlamenti. Si esige quindi un soprassalto
di coscienza e un di più di buona volontà per far sì che l'uomo non divori
l'uomo, ma lo serva e lo promuova. Anche le istituzioni sovranazionali debbono
prender coscienza del pericolo che tutti corriamo e del bisogno di interventi
tempestivi e responsabili. In tutta questa materia occorre che ciascuno faccia
la sua parte: gli scienziati, i tecnici, le università e i centri di ricerca, i
politici, i governi e i parlamenti, l'opinione pubblica e anche le chiese. Per
quanto riguarda la Chiesa cattolica, vorrei sottolineare soprattutto il suo
compito formativo. Essa è chiamata a formare le coscienze, a insegnare il
discernimento del meglio in ogni occasione, a dare le motivazioni profonde per
le azioni buone. A mio avviso non serviranno tanto i divieti e i no, soprattutto
se prematuri, anche se bisognerà qualche volta saperli dire. Ma servirà
soprattutto una formazione della mente e del cuore a rispettare, amare e servire
la dignità della persona in ogni sua manifestazione, con la certezza che ogni
essere umano è destinato a partecipare alla pienezza della vita divina e che
questo può richiedere anche sacrifici e rinunce. Non si tratta di oscillare tra
rigorismo e lassismo, ma di dare le motivazioni spirituali che inducono ad amare
il prossimo come se stessi, anzi come Dio ci ha amato e anche a rispettare e ad
amare il nostro corpo. Come afferma san Paolo, il corpo è per il Signore e il
Signore è per il corpo. Il nostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in
noi e che abbiamo da Dio: perciò non apparteniamo a noi stessi e siamo chiamati
a glorificare Dio nel nostro corpo, cioè nella totalità della nostra esistenza
su questa terra (cfr 1 Cor 6,13.19-20)".
a cura di Daniela Minerva