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Relazione presentata dal Comitato spontaneo carcere promosso da
Ecumenici all’Amministrazione comunale di Busto Arsizio per il tramite
della competente Commissione consigliare, curata dal giornalista
Stefano d’Adamo di Varesenews .
Egregio assessore, spettabili consiglieri,
il motivo per cui ci riuniamo qui oggi si può riassumere in pochi
concetti fondamentali. Il carcere di via per Cassano è sovraffollato
e, a quanto dicono concordemente fonti affidabili interne ed esterne
alla struttura, ostaggio di una direzione tirannica e personalistica,
che poco ha a che fare con il modo in cui una casa circondariale
dovrebbe essere amministrata. Siamo al punto di rottura, e più volte
voci ci sono giunte segnalando il pericolo di una rivolta carceraria.
La vicenda è nota già da anni, ma negli ultimi dodici mesi ha assunto
connotazioni sempre più gravi ed urgenti, soprattutto quando si pensa
a chi in questa struttura lavora e a chi vi è detenuto, spesso solo in
quanto extracomunitario e non a conoscenza dei meccanismi legali che
permettono ad altri, colpevoli di reati anche più gravi, di usufruire
di pene alternative alla detenzione.
Nel dicembre 2003 la direttrice Caterina Ciampoli, invisa tanto ai
detenuti quanto gli agenti di polizia penitenziaria, venne allontanata
per incompatibilità ambientale e sostituita da Salvatore Nastasia, che
riuscì a stabilire un clima più disteso e, tra l’altro, fece avviare
vari corsi professionali per i detenuti. La Ciampoli fu inviata a
dirigere il carcere di Brissogne (Aosta), dove si guadagnò la
rinnovata ostilità delle guardie; nel gennaio 2005 è stata condannata
a risarcire con 2 mila euro ciascuno due agenti di polizia
penitenziaria che aveva accusato di "fare i propri interessi" durante
l'orario di servizio.
Ancora a febbraio del 2004 sovrannumero, mancanza di farmaci e di
personale infermieristico adeguato erano solo alcuni dei tanti
problemi del carcere di Busto Arsizio, come denunciava l’ex
consigliere regionale del Prc Giovanni Martina che, accompagnato per
l'occasione dal compagno di partito Saverio Ferrari, aveva compiuto un
sopralluogo. In una struttura costruita per ospitare 174 detenuti
allora se ne contavano ben 399, di cui 205 con condanna definitiva.
Centottanta erano stranieri e 76 tossicodipendenti. Si segnalava
mancanza di farmaci e si lamentavano i mancati rinnovi dei contratti
di lavoro con medici specialisti quali l'ortopedico, l'oculista e il
dermatologo che operavano all'interno del carcere (ciò anche a causa
dei tagli decisi dalle finanziarie del 2002 e 2003). Gli infermieri
invece lavoravano per una cooperativa in condizioni contrattuali
precarie, e pertanto con motivazione comprensibilmente bassa.
Addirittura, si denunciava che per reperire le medicine spesso
bisognava far ricorso ai parenti stessi dei detenuti, ciò a dispetto
di una delibera regionale dell'agosto 2003 che stanziava 4 milioni di
euro per l'acquisto di materiale medico da destinare ai penitenziari
lombardi (a impedire l'utilizzo di questi fondi ci erano motivi di
carattere tecnico-burocratico). Inoltre c’era scarsità di personale
penitenziario, con 230 unità sulle 280 previste, e la quasi completa
mancanza di educatori: allora ve ne era uno solo.per oltre 200
persone.
In seguito il capogruppo al Consiglio regionale di Rifondazione
Comunista Gianni Confalonieri e il consigliere Giovanni Martina si
incontrarono con il Dottor Felice Bocchino, responsabile lombardo
dell’Amministrazione Penitenziaria, reiterando la richiesta della
chiusura del “reparto protetti” all’interno del carcere di Busto
Arsizio, che, soffocante ed angusto, ha suscitato in questi anni
ripetute proteste da parte dei detenuti, venendo definito un vero e
proprio lager interno al carcere; dopo le promesse di Bocchino, ancora
non si è provveduto a chiuderlo.
A questo punto il patatrac: nel maggio del 2004 la Magistratura del
Lavoro riammetteva Caterina Ciampoli alla direzione del Carcere di
Busto Arsizio (pur lasciandone la titolarità teorica a Nastasia, che
vi era stato regolarmente nominato!). Ciò non migliorava affatto la
situazione: la Casa Circondariale di Busto Arsizio continuava a
versare in condizioni assai critiche. Negli stessi giorni anche
Giovanni Martina rilanciava il tema, parlando di pesanti illegalità
all’interno del carcere e di una gestione troppo autoritaria e poco
rispettosa dei diritti dei detenuti da parte della direttrice Ciampoli.
«Da quando è stata reintegrata - spiegava Martina al sottoscritto che
lo intervistava - la direttrice Ciampoli ha mostrato spirito
vendicativo, negando sistematicamente ai detenuti i colloqui premiali
con i congiunti e quelli con terze persone, rispedendo indietro i
libri che una casa editrice aveva inviato ad un detenuto, e peggio di
tutto riducendo ai minimi termini l'assistenza medica». La dirigente
sanitaria del carcere si vide negare in quei giorni ben 20 richieste
per ricoveri, esami, visite specialistiche e farmaci, in particolare
psicofarmaci per i tossicodipendenti. Un esposto, corredato da una
testimonianza di una infermiera, veniva inoltrato alla magistratura e
al PRAP (Provveditorato regionale per l'amministrazione penitenziaria)
per denunciare che la direttrice avrebbe ingiunto alla donna di
mettere dell'acqua nelle boccette al posto dei farmaci. Ma non finisce
qui: la direttrice fu anche denunciata alla magistratura del lavoro
per atteggiamento antisindacale verso i lavoratori del carcere e
mobbing. Vennero addirittura raccolte duecento firme tra i detenuti,
pari a più del 50% dei presenti nella struttura (molti non firmarono
per paura di ritorsioni).
A seguito di tali denunce, il Dipartimento Regionale
dell'Amministrazione Penitenziaria provvedeva alla fine di luglio ad
inviare un'ispezione al carcere. La Ciampoli, la canto suo, si
difendeva dalle accuse di Martina parlando di intenti diffamatori nei
suoi confronti e querelava i consiglieri Martina e Litta Modigliani,
che avevano portato il problema all’attenzione pubblica. In quegli
stessi giorni un detenuto extracomunitario si impiccò, assegnando alla
Casa Circondariale di Busto Arsizio il triste primato, dall'anno 2000,
di un suicidio all'anno.
Di fronte all’evidente sovraffollamento cronico, con una popolazione
detenuta stabilmente sopra le 400 unità a fronte di una soglia massima
di tollerabilità calcolata dal Ministero in 280 posti-cella, il qui
presente consigliere Antonio Corrado invitava a fine luglio il Sindaco
e la Giunta ad organizzare, nel più breve tempo possibile, una visita
all'interno della Casa Circondariale, visita non ancora avvenuta. A
lamentarsi non erano e non sono solo i detenuti, cui i tagli
finanziari di fatto negano le visite mediche specialistiche, ma anche
gli agenti di custodia. In Lombardia in autunno risultavano mancarne
circa mille, il 20% della forza necessaria, col risultato che gli
agenti erano (e sono) sottoposti a tour de force massacranti.
Stressati e sfruttati, gli agenti di polizia penitenziaria non sono
certo nella disposizione d'animo migliore, e questo può alimentare
conflitti ed episodi di violenza dietro le sbarre.
Una buona notizia dal carcere di Busto Arsizio venne finalmente in
dicembre, quando ripresero i corsi professionali per detenuti, nei
quali si insegnano materie quali panificazione, falegnameria,
pelletteria, giardinaggio. Tuttavia il corso più importante, quello di
risocializzazione, non partì, perché mancava il necessario
finanziamento provinciale. I corsi erano sospesi fin da quando a
maggio Caterina Ciampoli era stata reintegrata alla direzione del
carcere.
La situazione permaneva comunque quella del muro contro muro. «Non
basterebbe un romanzo per raccontare cosa succede in questo carcere»
dicevano prima di Natale gli agenti di Polizia Penitenziaria,
furibondi contro la Ciampoli per una gestione di cui non riuscivano e
non riescono a comprendere i modi.
Gli ultimi sviluppi (e parliamo di febbraio 2005) vedono una sentenza
definitiva con cui la Ciampoli è stata confermata alla direzione del
carcere di Busto.
Fatte queste doverose premesse, chiediamo quanto si possa fare, con
l’aiuto dell’amministrazione comunale, per venire incontro a chi nel
carcere lavora o è detenuto e renderlo un luogo un po’ meno disumano,
pur nella crudezza della carcerazione in quanto tale. Tanto più che
siamo venuti a conoscenza di un’associazione cui è molto vicino lo
stesso assessore Mazzucchelli, Volgiter, e che si occupa proprio
dell’aiuto ai detenuti.
Stefano D’Adamo
http://ecumenici.altervista.org/html/
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