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L'inquinamento da Centrali nel Lodigiano di A. PRONI Il nuovo elettrodotto TERNA nel Lodigiano 30Mb
Tumori nel Lodigiano Polveri Fini Articolo Epedimiology Mortalità Cardiopolmonare
I post di Antonio di Pietro sull' energia
Una nuova politica energetica
Il nostro Paese è dipendente dall’importazione di energia.
Se il prezzo di petrolio, gas, elettricità aumenta, la nostra economia ne
risente immediatamente.
Il costo del petrolio ha superato i 70 dollari al barile e
secondo il Fondo Monetario Internazionale “un aumento di un
ulteriore 10% può determinare una diminuzione della crescita fino all’1,5% a
livello globale”.
Le nazioni che importano energia e con una bassa crescita del prodotto interno
lordo come l’Italia (crescita 2005 pari a zero, ennesima eredità della finanza
creativa) saranno fortemente penalizzate.
E’ urgente un piano di attuazione di una politica energetica nazionale
già nei primi cento giorni del prossimo governo.
L’Italia dei Valori sosterrà lo sviluppo delle fonti rinnovabili,
in particolare le “nuove rinnovabili”, come il fotovoltaico, il solare
termodinamico, l’eolico, le biomasse, il piccolo idroelettrico, tenendo anche
conto delle “vecchie rinnovabili” come il “grande idroelettrico” e la geotermia
(in cui l’Italia è particolarmente sviluppata).
Le fonti rinnovabili sono sia una grande risorsa economica che una grande
risorsa ambientale.
L’Italia dei Valori promuoverà gli investimenti per l'utilizzo della
cogenerazione di elettricità e calore, delle centrali elettriche a gas
naturale (il metano) e del fotovoltaico con forti sgravi fiscali
ai cittadini che lo adotteranno.
Il sostegno alle fonti rinnovabili dovrà essere accompagnato da una politica di
risparmio energetico.
Il petrolio prima o poi finirà e in futuro il suo prezzo non potrà che
aumentare. L’Italia deve dotarsi di una politica energetica di lungo
termine alternativa alle fonti non rinnovabili.
Postato da Antonio Di Pietro in
Competitività del sistema economico
Enel: utili (e tariffe) da record
Il bilancio dell’Enel è da record. Ha conseguito nel 2005 un
utile netto di 3.895 milioni di euro a livello di Gruppo, con
una differenza netta di 1.264 milioni di euro rispetto al 2004. Numeri
impressionanti. Grandi numeri per un gruppo che ha ancora come azionista
di controllo lo Stato italiano. E quindi noi tutti che, nella sostanza,
siamo ancora in un regime di monopolio dell’elettricità.
L’Enel ha ottenuto i suoi profitti grazie al monopolio e alla
mancanza di forti investimenti su nuove fonti di energia .
I cittadini italiani pagano l’energia mediamente di più che nel resto d’Europa.
Si allineino i costi dell’energia a quelli europei, poi si valutino i dividendi
e le scalate.
I punti di riferimento dell’Enel devono essere il livello di servizio,
la competizione sui prezzi, il supporto al rilancio dell’economia
italiana e lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Inoltre, l’operazione di acquisizione di Suez non sembra avere
neppure le basi economiche necessarie. Cito dall’articolo di
Alessandro Penati sulla Repubblica di oggi: “Il finanziamento dell’Opa
porterebbe il debito combinato del gruppo Enel-Suez a 5 volte
il loro margine operativo, al limite del declassamento del rating: Enel-Suez
diventerebbe la società elettrica tra le più indebitate in Europa,
asservita per anni all’obiettivo di riduzione del debito”.
Una situazione tale da non poter permettere né riduzioni di tariffe ai privati e
alle imprese, né investimenti legati all’innovazione.
E, comunque, trovo profondamente immorale che un servizio
essenziale per la nostra vita come l’energia, produca in regime di sostanziale
monopolio, enormi utili sulla pelle dei cittadini e delle imprese.
L’Enel abbassi le tariffe, poi pensi al resto.
Postato da Antonio Di Pietro in
Competitività del sistema economico
Un SI all'Ambiente, senza SE e senza MA.
Gentile Direttore,
non saranno mai sufficienti le lettere ed i commenti sugli incrementi della
produzione di energia termoelettrica nella nostra provincia. C'è ancora tanto da
fare nell'opera di sensibilizzazione della popolazione su quello che sta per
accadere.
Mi sembra che la discussione dei favorevoli e dei contrari si stia troppo
facilmente adagiando su motivazioni tecniche, che a mio modesto parere non
giovano alla causa. Ritengo che non si smuoveranno le coscienze parlando del
PM10, PM50 e degli altri rimasugli della chimica industriale che i nostri
organismi dovranno poi assorbire. A me sembra di vedere ambientalisti che
provano a trovare tante motivazioni, quando invece ne basta una sola; mi sembra
di vedere ambientalisti che, sempre accusati di avere posizioni oltranziste, si
sforzano di mostrarsi ragionevoli ed attenti valutatori delle soluzioni, quando
questa volta non mi sembra proprio il caso di utilizzare tanta moderazione.
C'è una sola motivazione valida: La provincia di Lodi è una piccola striscia di
terra, e con la centrale di Tavazzano (ma non è sul territorio di Montanaso?) il
territorio ha già dato il suo contributo alla causa nazionale, e con le
condizioni climatiche della Pianura Padana è anche troppo. PUNTO e BASTA! .
Questa è la sola motivazione valida, chiara e comprensibile da tutti, ed
inconfutabile. Essa può consentire di sensibilizzare tutti in modo rapido ed
efficace e riguarda tutta la Provincia, da Zelo a San Rocco.
Tutte le altre analisi da addetti ai lavori, sia per gli aspetti economici che
tecnici, servono solo a far in modo che il produttore, ed altri interessati, ci
servano su un piatto di argento una analisi più titolata della nostra.
L'eventuale (sottolineato due volte) bisogno di energia, va soddisfatto con la
produzione in zone che hanno un clima adatto a sopportare il relativo
inquinamento, e senza sbandierare, vigliaccamente, lo spauracchio del nucleare.
Il problema dell'utilizzazione del sito industriale di Turano/Bertonico è un
altro problema che non può trovare soluzione caricandoci di un problema ancora
più grave, con la motivazione che la centrale termoelettrica è il minor dei mali
che ci possa capitare in quel luogo.
C'è molto da fare e bisogna far presto.
Gianni Pera
Italia dei Valori - Lodi
PRODUZIONE DI ENERGIA E TUTELA DELL'AMBIENTE: LA PROPOSTA DELL'ITALIA DEI VALORI
Cari amici,
si avvicinano le elezioni politiche ed é tempo di fare proposte programmatiche, mettendo da parte le schermaglie che finora hanno caratterizzato i due Poli.
Tra i primi posti dell'agenda politica c'è indubbiamente la questione "Energia". Essa è necessaria per vivere e per lo sviluppo economico, sia in Italia che a livello mondiale. E' la soluzione a gran parte dei problemi che affliggono i paesi del terzo mondo. Energia elettrica vuol dire infatti frigoriferi in cui conservare non solo cibo, ma i farmaci (uno dei principali problemi sanitari africani), pompe elettriche per estrarre l’acqua e depurarla, generatori per fare funzionare gli ospedali, e cosi' via.
Allora la domanda è: come produrla? Utilizzando carbone? metano? nucleare? E poi: in che modo tutelare l'ambiente dal conseguente inquinamento?
Fino ad ora abbiamo assistito ad una contrapposizione dura tra energia e ambiente, quasi un duello mortale: le modalità di produzione di energia distruggono l'ambiente. La tutela ad oltranza dell'ambiente impedisce la soluzione a problemi vitali per milioni di vite umane.
Ultimamente però, e fortunatamente, la scienza e la conoscenza ci offrono soluzioni diverse.
La tecnologia, la conoscenza, l’innovazione, i saperi possono costituire un sempre maggiore ausilio alla risoluzione dei gravi problemi ambientali che affliggono la nostra epoca e quindi verso questa direzione deve indirizzarsi il programma energetico del futuro governo.
Occorre, in sostanza, puntare decisamente sulle fonti rinnovabili, soprattutto le cosiddette “nuove rinnovabili”, quali il fotovoltaico, il solare termodinamico, l’eolico, le biomasse, il piccolo idroelettrico, l’energia mareale e maremotrice, tenendo anche conto delle “vecchie rinnovabili” come il “grande idroelettrico” e la geotermia (in cui l’Italia è particolarmente sviluppata).
Le fonti rinnovabili saranno in futuro non solo una grande risorsa ambientale ma anche una grande risorsa economica, quando la produzione del petrolio dovrà necessariamente diminuire per scarsità di prodotto, giacché a forza di pompare petrolio dalle viscere della terra, prima o poi ineluttabilmente finirà (secondo il Dipartimento dell’Energia USA - ciò avverrà presto).
Inoltre per il momento, sarà necessario indirizzare gli sforzi e gli investimenti verso l'utilizzo della cogenerazione di elettricità e calore, e delle centrali elettriche a gas naturale (il metano) che permettono di avere i maggiori rendimenti.
Per quanto riguarda la situazione specifica dell'Italia, occorrerà procedere nel processo di liberalizzazione dei mercati e di privatizzazione delle aziende produttrici di energia elettrica, tenendo però ben saldo il controllo politico finale dello Stato, in una materia strategica, anche per la sicurezza nazionale, come quella dell’energia.
Ma sullo sfondo di tutte proposte, occorrerà sicuramente prestare la massima attenzione a quella economia basata sull’idrogeno.
L’idrogeno infatti, soprattutto se generato dalle fonti rinnovabili, potrà risolvere molti problemi del futuro: dallo “stoccaggio” delle stesse fonti rinnovabili (ovviando con ciò al problema della loro intermittenza), ai trasporti che potranno così, tramite i motori elettrici ed ibridi, abbattere le pericolose emissioni inquinanti.
In questa ottica è molto importante anche la ricerca di base, soprattutto nel campo delle nanotecnologie applicate, ad esempio, alle fonti rinnovabili, principalmente il fotovoltaico che sfrutta una risorsa, il sole, di cui l’Italia è ricca. Quindi il programma di Governo dovrà contenere chiari investimenti in tal senso.
Queste nuove tecnologie applicate, muoveranno necessariamente le molte e sofiscate leve dell’economia, producendo molti nuovi posti di lavoro e quindi reddito e nel contempo salvando il pianeta dalla catastrofe ambientale, dall’inevitabile esaurimento delle limitate risorse naturali.
Solo così, con pazienza e con tenacia, potremmo trasformare il vincolo ambientale in una vera opportunità di sviluppo.
Antonio Di Pietro - Presidente di Italia dei Valori
Giuseppe Vatinno - Responsabile Energia e Ambiente
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Centrali, energia e bioarchitettura
Paolo Fedeli, delegato Anab
Seguo con interesse il dibattito in corso sull’eventualità di costruzione di nuove centrali elettriche nel Lodigiano e di potenziamento di quella esistente di Tavazzano, e condivido assolutamente la presa di posizione della Provincia contro qualsiasi nuova installazione.
Vivo a Lodi e “subisco” molto volentieri il disagio del blocco del traffico a causa del superamento della soglia di attenzione del Pm10: nonostante si dica che il provvedimento è un palliativo, le giornate di chiusura al traffico sono le uniche in cui si possa veramente apprezzare una passeggiata a piedi o in bicicletta fra le vie della città.
Mi permetto solo di aggiungere, a quanto è già stato scritto, un paio di dati su cui fare alcune riflessioni. 1) a proposito di centrali ed energia: il consumo energetico in Europa è destinato per il 28% all’industria, per il 31% ai trasporti, per il 29% al settore residenziale e per il 12% al terziario. In breve, come dice Federico Butera (in “Dalla caverna alla casa ecologica”) <…la fetta più grande dei consumi serve per alimentare gli edifici nei quali viviamo, allo scopo di rendere la vita più piacevole e il lavoro più efficiente…>. E all’interno del settore residenziale la maggior parte dei consumi energetici è destinata al riscaldamento (57%), alla produzione di acqua calda (25%), agli elettrodomestici (11%), oltre al 7% destinato alla cucina. 2) a proposito di inquinamento: il 90% della vita di un cittadino europeo medio viene trascorso in spazi chiusi (casa, ufficio, laboratorio, scuola, palestra, piscina, ecc.) e l' aria che si respira negli spazi chiusi è dalle due alle tre volte peggiore di quella che sta all’esterno. Da questi dati si deduce che un miglioramento nella qualità di costruzione o di ristrutturazione degli edifici potrebbe contribuire notevolmente a migliorare la situazione: da un lato si ridurrebbe la richiesta di energia (e di conseguenza l’impatto ambientale relativo alla sua produzione) seguendo il logico principio che prima di pensare a come produrre meglio l’energia bisognerebbe pensare a come risparmiarla; dall’altro si eviterebbe la costruzione di spazi “malati”. Purtroppo noi stiamo facendo, ad eccezione di pochi isolati casi, esattamente il contrario: progettiamo e costruiamo edifici e quartieri orientati male (non ci preoccupiamo cioè dove sia il sole) e senza un adeguato isolamento termico che ci protegga dal freddo invernale e dal caldo estivo; sprechiamo risorse indispensabili come l’acqua (“…solo il 6 % dell’acqua erogata dagli acquedotti è destinata ad usi esclusivamente idropotabili, mentre il restante 94 % è destinato ad usi diversi - igienicosanitari, lavaggi, irrigazioni - con un aggravio notevole dei costi per la potabilizzazione di un enorme volume d’acqua destinato in gran parte ad usi non pregiati…” - intervista al Presidente di CAP Gestione sul Cittadino, 16/10/2004); riscaldiamo gli stessi edifici con vecchi sistemi ad alta temperatura quando da tempo esistono moderni e più parsimoniosi sistemi a bassa temperatura; usiamo materiali impermeabili e sintetici per gli isolamenti termici e le finiture interne, che producono i citati effetti negativi sulla qualità dell’aria interna. Molte abitazioni moderne sono diventate “involucri chiusi”, senza contatti con l’esterno e quindi malsane: le esalazioni delle sostanze plastiche, i pavimenti trattati con additivi, le finestre e le porte chiuse ermeticamente, i materiali isolanti, gli strati impermeabili di vernici e collanti sintetici avviluppano tutto l’edificio e non lo lasciano respirare. Si sente sempre più spesso parlare di architettura biologica o bioarchitettura, quale strumento per affrontare e risolvere la situazione: questi termini però inducono a pensare a complicazioni di esecuzione e aggravio dei costi. Sarebbe meglio parlare semplicemente di architettura di qualità o architettura sostenibile: e noi non dovremmo far altro che applicare i principi, ovviamente non in modo nostalgico, di chi ci ha preceduto costruendo le cascine del nostro territorio che sono bellissimi esempi di architettura sostenibile. Il tema concreto è come introdurre questi principi nelle azioni di governo del territorio. Il dibattito a livello nazionale a questo proposito è molto vivo e le linee di pensiero prevalenti sono le seguenti: - concedere benefici immediati (riduzione di o neri di urbanizzazione, aumenti volumetrici) a chi dimostri di realizzare architetture sostenibili; - rendere obbligatoria l’applicazione di tecnologie che favoriscono il risparmio energetico (ad esempio pannelli solari per acqua calda). Quanto alla prima linea di pensiero bisogna chiedersi però se sia eticamente corretto che i Comuni rinuncino ad una fonte primaria di entrate quali gli o neri di urbanizzazione e se il minore impatto, che dovrebbe derivare dalla costruzione di edifici ambientalmente più leggeri, non sia immediatamente vanificato dalla concessione di un maggior volume (che in quanto tale va costruito - quindi richiede l’impiego di più materiali ed energia - riscaldato, ecc.). A proposito della seconda linea ritengo che l’introduzione di prescrizioni obbligatorie nei regolamenti edilizi senza una preventiva azione di informazione e formazione, le farebbe percepire solo come un nuovo o nere da sopportare: di fronte ad esse si troverebbero facilmente dei metodi per evitarle, data la scarsa attitudine al controllo da parte dei soggetti preposti sia per mancanza di risorse che per inadeguata preparazione. La terza via, a mio parere eticamente più corretta, è quella percorsa ad esempio dalla provincia di Bolzano col progetto CASACLIMA. Già dal nome del progetto si capisce quale sforzo di marketing ci sia alla base: nessun riferimento al bio (che evocherebbe nuove complicazioni e maggiori costi) ma un semplice riferimento al clima, cioè al benessere. A Bolzano una targhetta, sul modello di quelle che sono ormai su tutti gli elettrodomestici, identifica la classe energetica dell’edificio e viene posta all’esterno dell’abitazione: l’edificio in classe migliore ha maggior valore commerciale. Il progetto, facilitato dal fatto di essere radicato in una regione ricca e con una cultura ambientale più avanzata, è stato inizialmente proposto come atto facoltativo: recentemente è stato inserito a livello provinciale. L’affissione delle targhette vicino al numero civico ha quindi innescato un processo di emulazione tra i cittadini per cui nessuno accetta più di farsi costruire una casa in classe scadente. E chiunque sa quanto isolano i muri e quanto consuma la propria casa. Che differenza rispetto a ciò che succede da noi. Chi di noi si preoccupa di sapere quanto consumerà la casa che sta comprando? A dire il vero probabilmente non lo sanno nemmeno il progettista, o il costruttore, figuriamoci l’agenzia immobiliare! E’ paradossale che chiunque si accinga a comprare un’automobile (valore 20.000 euro) si informi (giustamente) in modo scrupoloso su quanti km farà con un litro di carburante, mentre chi compra una casa (valore 200.000 euro e oltre) non lo faccia. Per avere un’idea, le nostre case consumano mediamente 200 kwh per metro quadrato all’anno: a Bolzano, nonostante il clima meno mite del nostro, consumano 50 kwh per metro quadrato all’anno. E’ come se un abitante di Bolzano girasse con un’auto moderna che percorre 20 km con un litro di carburante, mentre i cittadini del resto d’Italia girano con una vecchia automobile che di chilometri ne percorre solamente 5. Il percorso che a mio avviso è più logico intraprendere prevede una serie di azioni con effetti magari meno immediati ma sicuramente più duraturi ed è essenzialmente composto da queste fasi: - FORMAZIONE: bisogna innanzitutto formare i tecnici, cioè i progettisti, perché sono i primi portatori di una nuova cultura sul territorio, che devono dialogare con i committenti proponendo loro un nuovo modo di pensare ad un edifico sano e parsimonioso nell’uso delle risorse; - INFORMAZIONE E PARTECIPAZIONE dei cittadini, i quali è doveroso che siano informati sul tema della sostenibilità e sui modi per applicarla (quanti cittadini sanno ad esempio la differenza fra solare termico e solare fotovoltaico?), e coinvolti nelle decisioni sulla trasformazione del territorio in cui vivono; - PROGETTI DIMOSTRATIVI. Un progetto di architettura sostenibile realizzato da un Ente Pubblico e adeguatamente pubblicizzato, diventa un progetto di pedagogia ecologica: il classico “buon esempio” che l’Amministrazione pubblica deve dare ai cittadini. Solo così si potrà far percepire il tema della sostenibilità come una inevitabile opportunità per migliorare il nostro ambiente e non come un nuovo, pesante o nere a cui sottrarsi con qualche sotterfugio. Se partissimo ora, inoltre, saremmo attrezzati a recepire entro gennaio 2006 la nuova direttiva europea 2002/91/Ce sul rendimento energetico degli edifici, che ne fissa gli standard di efficienza riferiti a tutti gli elementi responsabili del consumo energetico. E un “NO” alle
centrali, pronunciato da una Provincia e un Comune promotori di programmi e
realizzazioni di architettura sostenibile sul loro territorio, sarebbe
ancora più pesante. |
| Data di pubblicazione: 26 Ottobre, 2004 |
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